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Intelligenti si nasce o si diventa?


La scala, per essere chiari, non permette la misura di un'intelligenza, perchè le qualità intellettuali non sono sovrapponibili, perciò non è possibile misurarla come fosse una superfice lineare (Alfred Binet)

"Intelligenti si nasce o si diventa?" non è una semplice domanda, ma è il nucleo di una polemica che nel 1972 ha raggiunto i massimi livelli, ha varcato l'oceano ed è giunta in Italia dando il titolo ad un volume in cui Eysenck e Kamin sostengono ed argomentano le rispettive posizioni sull'intelligenza. Eysenk, proclama l'estrema importanza dei fattori genetici, e Kamin, sostenitore dell'importanza dei fattori ambientali per lo sviluppo dell'intelligenza umana, divengono i portavoce del dibattito tra innatisiti e ambientalisti.
Gli innatisti considerano l'intelligenza come un insieme di abilità innate, che determinano lo sviluppo cognitivo del soggetto e rimangono immutate per tutta la vita; per i sostenitori di quest'approccio l'ambiente ha pochi effetti sullo sviluppo dell'intelligenza, questa teoria è anche nota come determinismo genetico e chiude le porte a tutti i tentativi e le speranze riposte nell'intervento educativo.
Totalmente divergente è l'approccio ambientalista, secondo il quale "l'intelligenza è un potenziale dinamico in continua evoluzione, che si modifica sotto l'influsso degli stimoli provenienti dall'ambiente, dunque anche e soprattutto per effetto di quel processo che chiamiamo educazione" (S. Damnotti, 1993, "come si può insegnare l'intelligenza, Giunti). L'intelligenza, riprendendo la metafora usata dalla filosofia greca classica, è come una tavoletta  di cera che si plasma per via del condizionamento degli stimoli provenienti dall'ambiente.
Jean Piaget definiva l'intelligenza una struttura dinamica che si modifica e potenzia, permettendo all'uomo di adattarsi all'ambiente o di adattare quest'ultimo alle sue esigenze. L'approccio ambientalista è quello adottato attualmente dagli studiosi e dai ricercatori, è il punto di vista che permette di spesare e dà significato all'intervento educativo, che lascia spazio all'ottimismo.
L'idea, ormai superata, di una struttura cerebrale statica,  predeterminata geneticamente ed immodificabile, è stata condizionata dalle affermazioni di Ramon Y Cajal, insigne neurobiologo, che nel 1914 sentenziava che terminato terminato lo sviluppo, gli assioni e i dedentriti essiccavano, quindi nell'adulto le vie nervose potevano solo morire, ma nulla si sarebbe rigenerato.
Oggi la scienza ha ben altre certezze: la mente umana è plastica e la struttura cognitiva è modificabile per qualunque individuo, a prescindere dalla patologia o dall'entità del danno, questo è possibile per l'intero arco della vita. Proprio in questa direzione vanno le ricerche del premio Nobel Rita Levi Montalcini, per la quale la scoperta del N.F.G. (Nerve Growth Factor) è la prova che "il sistema nervoso in via di sviluppo è modulato nella sua struttura e funzione da fattori...(che) evidenziano l'enorme plasticità del sistema." (R. L. Montalcini, "L'elogio dell'imperfezione, 1997, Garzanti, Milano)
Un'ulteriore testimonianza della plasticità cerebrale è fornita dagli studi di Pier Giorgio Strata, ricercatore del dipartimento di anatomia e fisiologia umana dell'Università di Torino, ha compiuto sull'invecchiamento del cervello. Il professor Strata ammette che a partire dai 25-30 anni d'età il corpo umano inizia un lento declino, che condiziona inevitabilmente alcuni apprendimenti ed i tempi di reazione, infatti proprio da quest'età ogni giorno muoiono 100000 neuroni, si ha una riduzione della chimica cerebrale e diminuiscono le ramificazioni dei dentriti. Nonostante questi dati, la situazione non è affatto drammaticia, infatti lo stesso Strata sostiene che "nelle reti neuronali fenomeni costruttivi e progressivi si accompagnano a fenomeni distruttivi e regressivi. Questo è ciò che noi definiamo plasticità." Quindi anche se i neuroni diminuiscono quantitativamente, quelli superstiti si riproducono e creano nuove ramificazioni, soprattutto se adeguatamente stimolati.
Nel 1985 Purves ed Hadley della Washington University di St. Luis terminano le ricerche compiute su cavie e primati, concludendo cche i neuroni adeguatamente sollecitati dagli stimoli ambientali, modificano continuamente i propri collegamenti e la struttura del cervello. Questa scoperta è rivoluzionaria per coloro che hanno deficit cognitivi o sono stati danneggiati da traumi cerebrali.
Le conoscenze fin ora acquisite sulla plasticità delle strutture mentali, ricevono un'ulteriore conferma e nuovo slancio dalle ricerche compiute dal premio Nobel Eric R. Kandel. Lo scienziato austriaco ha saputo collegare mente e corpo, intraprendendo interessanti studi sulla biologia della mente, scoprendo che"l'apprendimento dipende da modificazioni nell'efficacia  sinaptica. Una variazione transitoria nell'efficacia delle connessioni sinaptiche genera la memoria a breve termine, mentre dallo sviluppo di nuove connessioni sinaptiche dipende la memoria a lungo termine". E. Kandel, adotta un approccio riduzionista radicale", ha compiuto importanti studi osservando il comportamento dell'Aplysia californiana (una lumaca di mare somigliante ad una melanzana), che ha un sistema nervoso relativamente  semplice, osservando come i comportamenti degli animali (quindi anche quelli umani), possono essere modificati dall'esperienza. Gli studi compiuti sull'Aplysia hanno dimostrato che l'apprendimento modifica persistentemente il funzionamento delle  sinapsi stimolate, creando nuove strutture neuronali, attivando nuovi circuiti.
Queste ricerche dimostrano che il cervello uumano è in continua trasformazione per tutta la vita dell'individuo. Ciò che il soggetto è viene innegabilmente determinato dal patrimonio genetico contenuto nel D.N.A., ma è altresì condizionato dall'ambiente socio-culturale in cui il soggetto interagisce, dalle stimolazioni e dalla qualità dell'insegnamento che riceve. Studi al microscopio testimoniano che nel cervello del neonato, dalla nascita sino all'età di un anno, avviene un importante incremento delle ramificazioni neuronali. a tre anni l'aumento quantitativo dei neuroni è compiuto e le  cellule cessano di riprodursi; a quest'età il bimbo ha più connessioni di quelle che userà nella vita ed è proprio in questo memento che il ruolo di un mediatore  diviene determinante per creare intorno al bambino un ambiente ricco  di stimoli, affinchè si crei un maggior numero di connessioni sinaptiche. La ripetizione degli stimoli rende le connessioni permanenti, mentre quelle inutilizzate decadono.

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