giovedì 16 settembre 2010

Rom: nomadi per tradizione e per scelta altrui.


“Ama le nuvole, le macchine, i libri,
ma prima di tutto ama l'uomo.
Senti la tristezza del ramo che secca,
dell'astro che si spegne,
dell'animale ferito che rantola,
ma prima di tutto senti la tristezza
e il dolore dell'uomo.”
tratto da “Prima di tutto l'uomo (ultima lettera al figlio)” di Nazim Hikmet

Noti come gitani o volgarmente “zingari”, i Rom o meglio Rrom, sono un popolo originario dell'India del Nord che a partire dal XI secolo è migrato verso l'Asia Minore, per poi stanziarsi principalmente nell'Europa centrale ed orientale, nei Balcani ed anche negli Stati Uniti, dove sono giunti in seguito alla diaspora che li ha visti protagonisti.
Nel corso della storia sono stati spesso vittime di tremende persecuzioni ed oggetto di radicati pregiudizi. La cronaca ha contribuito a renderli noti per i fatti di devianza, piuttosto che per le tradizioni e per la cultura che li contraddistingue, con un sistema di valori che dà molta importanza alla famiglia, in cui gli anziani del gruppo sono rispettati perché considerati saggi.
Benché non abbiano una lunga tradizione letteraria scritta, la loro cultura è stata tramandata oralmente attraverso narrazioni e canti, in cui si parla spesso di natura e di gioia.
I Rom sono nuovamente al centro di polemica, a causa delle decisioni della politica francese che vuole l'espulsione dei Rom dalla Francia, azione non condannata da alcuni esponenti della classe politica italiana. Scelte che fanno riflettere sull'etica della società contemporanea, presso la quale troppo spesso si preferisce adottare politiche e atteggiamenti di esclusione delle minoranze e della devianza, piuttosto che elaborare ed investire in programmi di inclusione o prevenzione.
Viviamo con un sistema di valori assoggettato all'economia e alla tecnica, dove l'essere umano diviene strumento del capitalismo; interagiamo all'interno di una collettività in cui troppi credono nell'esistenza di due universi di persone distinti ed indipendenti.
La comunità attuale è tal volta cieca di fronte all'umanità di cui ogni individuo è portatore, rigida al cospetto di ogni differenza, assolutista nel credersi l'unica foriera di valori, prepotente, incapace di mediazione e di dialogo. Una “civiltà” troppo propensa alla categorizzazione e al giudizio spietato di tutto ciò che pare distante dalla moda, per nulla disponibile, terribilmente chiusa, tremendamente disumana?

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