giovedì 19 agosto 2010

Quando imparare è più difficile.

Il reciproco amore fra chi apprende e chi insegna è il primo e più importante gradino verso la conoscenza. (Erasmo da Rotterdam)

L'affettività e l'intenzionalità sono due aspetti molto importanti dell'intervento educativo, che vede protagonisti l'adulto ed il bambino in un processo di scambio intenzionale e denso di significati. Non sempre apprendere è semplice e tante volte educare è molto impegnativo e non sempre i cambiamenti sono evidenti.
Benchè l'educazione del bambino (principalmente nella prima infanzia) non debba essere densa di contenuti e di concetti e all'educatore  non sia necessaria una grande cultura, ma principalmente la capacità di saper parlare al bambino,  ci sono situazioni in cui chi educa deve essere molto preparato e consapevole.
La mediazione ed il saper mediare divengono strumenti ancor più preziosi quando l'oggetto dell'intervento educativo è un individuo con ritardo d'apprendimento: questo a volte è imputabile a fattori ambientali e culturali, altre volte a barriere fisiche, neurologiche, cognitive o emotive.

SE LE DIFFICOLTA' SONO LEGATE ALL'AMBIENTE.
Sebbene come definizione sia un pò riduttiva, possiamo considerare l'intelligenza come la capacità di adattarsi all'ambiante o di modificarlo a nostro favore, inoltre la scienza ha saputo dimostrare come la genetica non abbia l'ultima parola, perchè l'ambiente è determinante per la salute psico-fisica dell'individuo. Premesso questo, è chiaro che se l'ambiente in cui un soggetto cresce ed interagisce non è favorevole, possono esserci diversi problemi.
La povertà economica e socio-culturale può essere uno di questi: tal volta una famiglia che fatica ad avere i mezzi di sussistenza, stenta a trovare le energie per mediare gli apprendimenti e spesso non ne comprende nemmeno la necessità.
Anche l'immigrazione spesso si associa ad altre problematiche, perchè manca la continuità culturale e viene meno la mediazione delle tradizioni del passato della cultura d'origine. La causa di questa deprivazione è annoverabile al vissuto di dolore di queste famiglie, che hanno alle spalle situazioni difficili, pertanto rifiutano il proprio passato e non lo considerano un valore da trasmettere ai figli.
Famiglie costituite da un solo genitore o da genitori molto impegnati e poco presenti tendono a privare i figli di occasioni di mediazione, perchè la  vita molto frenetica non consente di avere sufficiente tempo da dedicare all'educazione filiale. Ignari del senso del passato i figli saranno poco proiettati verso il futuro, perchè mancherà la mediazione della dimensione temporale.
Paradossalmente anche una forte presenza ideologica, che potrebbe verificarsi in famiglie acculturate, fa sì che venga meno la mediazione di un passato di cui non si conosce il valore. Negare il passato è un grave errore, perchè non permette al bambino di comprendere che oltre al presente ci sono altre dimensioni, tra cui il futuro.

SE LE DIFFICOLTA' SONO INDIVIDUALI.
I deficit sensoriali, i disturbi da iper o ipo-attività o le situazioni di disadattamento sociale, richiedono una mediazione più attenta ed intensa.
I bambini con disturbo da iperattività sono poco attenti, molto impulsivi, tendono ad assumere comportamenti tal volta pericolosi per la propria incolumità, non sono selettivi nei confronti degli stimoli; in questi casi è necessario riuscire ad attirare l'interesse del bambino superando le resistenze, aiutandolo quindi a controllare l'impulsività e a selezionare gli stimoli. Il bambino ipoattivo sin da dopo il parto, presenta un punteggio di Apgar (indice di vitalità neonatale) basso, in tal caso la mediazione deve innanzitutto riuscire a creare un contatto tra i genitori e il bambino, affinchè questi riescano a comprendere i bisogni del proprio pargolo, per stimolarlo in maniera adeguata.
E' difficile mediare anche con i bimbi ipovedenti, in tal caso è determinante l'uso della voce e la capacità di dare ad essa un colore. Anche il bimbo audioleso ha necessità di mediazione, che però non è sempre facile  offrirgli, l'uso di una protesi è un buon inizio.
Le difficoltà sono enormi con i soggetti autistici, per il loro distacco emotivo e per la difficoltà di creare un contatto visivo. Il bimbo autistico non reagisce allo sguardo, si relaziona solo con alcuni aspetti corporei dell'educatore, pertanto è necessario inizialmente stabilire con il soggetto autistico un legame di dipendenza (che poi deve tramutarsi in altro, perchè  i bambini vengano guidati verso una progressiva autonomia), cosa che richiede molta caparbietà e passione da parte dell'educatore.
Anche la mediazione con un bimbo molto intelligente non è sempre cosa facile, perchè spesso la rifiuta, volendo fare da solo. Tal volta questo atteggiamento ribelle irrita l'educatore, che potrebbe esser portato alla resa, tramutando un vantaggio iniziale in svantaggio, perchè il soggetto privato di mediazione non sviluppa adeguatamente  le doti innate.
La mediazione è molto utile con le persone con sindrome di Down, che se adeguatamente seguite possono raggiungere buoni livelli di autonomia e vivereuna vita serena e soddisfacente.

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