lunedì 2 agosto 2010

Il brain training fa divenire " più intelligenti " ?


Attualmente in commercio sono disponibili molti programmi di brain training, costituiti da giochi di logica e esercizi di matematica, proprosti come strumento per migliorare le capacità cognitive, la memoria a breve termine e la concentrazione. Secondo alcune  fonti web, il brain training avrebbe molti meriti, tra cui: aumentare il flusso di sangue nella corteccia prefrontale e prevenire il rischio di malattie degenerative come l'Alzheimer.
Per comprendere la veridicità del "fenomeno" brain training, un gruppo di ricercatori di Cambridge hanno condotto una sperimentazione, ponendosi il problema della generalizzazione degli apprendimenti. L'esito della sperimentazione pare non abbia dimostrato un miglioramento generalizzato delle funzioni cognitive.
Proviamo ad ipotizzare perchè degli esercizi di logica reiterati nel tempo non sono in grado di produrre il miglioramento degli apprendimenti e una modificazione strutturale del funzionamento cognitivo.
Quando si parla di modificabilità cognitiva strutturale, si vuole esprimere un cambiamento nel pensiero dell'individuo, che non riguarda un solo settore in particolare, ma che si ripercuote anche in altre aree, diverse da quelle inizialmente stimolate. E' importante tener conto che una modificazione strutturale si perpetua nel tempo in maniera autonoma, come una sorta di "effetto domino".
Gli esercizi per potenziare la mente, senza un'adeguata mediazione, ossia senza l'intervento di una persona che tenga conto dei bisogni del soggetto, delle sue esperienze e dei suoi stati emotivi non hanno molto significato, se non quello di un esercizio di "mantenimento" fine a se stesso.
Vygotskji, illustre psicologo sovietico, introducendo il concetto di potenziale di sviluppo, esprime proprio la differenza esistente tra gli apprendimenti del soggetto direttamente esposto agli stimoli e quanto, invece, l'individuo riesce ad apprendere, se adeguatamente guidato da un mediatore sensibile ed esperto. L'intervento del mediatore umano fa la differenza, perchè aiuta il soggetto a modificare l'approccio, il punto di vista, a trovare nuove strategie, a controllare l'impulsività, a migliorare il comportamento esplorativo, ad ampliare il lessico e quindi a generalizzare gli apprendimenti. Nemmeno l'intervento di un pc programmato come mediatore può avere il medesimo valore, perchè il pc non ha la sensibilità umana, non è empatico, quindi tra pc e discente non può crearsi una relazione di reciprocità e un'affettività, necessarie in un processo di educazione/apprendimento (basti pensare alla struttura del sistema limbico ed alle sue funzioni: emotività ed apprendimento si sviluppano in aree affini: amigdala, per le emozioni ed ippocampo per memoria ed apprendimento).
Il pc segue la logica, ma non conosce le sfumature, che invece fanno la differenza.

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