venerdì 17 febbraio 2012

La battaglia dei folletti del Bosco di Conifere.



La favola che sto per proporVi, ha preso vita successivamente alla proposta narrativa di Giovanni Ferraro, direttore d'orchestra, compositore e favolista, direttore del blog "La Favola Vagante" .




La battaglia dei folletti del Bosco di Conifere

 

Una notte in cui la luna pareva uno spicchio d'arancia, Raimondo Vagabondo dormiva ai piedi del vecchio pino, quando venne destato da insolite voci, seguì quei suoni, si nascose dietro un cespuglio e non potete immaginare cosa videro i suoi occhi.....

Una miriade di esserini dalle fattezze umane, con le orecchie a punta e l'aria dispettosa entravano e uscivano con fare concitato da minuscole cavità scavate nel tronco degli alberi: erano i folletti del Bosco di Conifere.

Il Bosco di Conifere confinava con il Villaggio di Ortofrutta, gli abitanti di Ortofrutta erano contadini e come tutti i contadini vivevano coltivando ortaggi difesi da spaventapasseri, seminando distese di mais e curando con devozione generose piante che restituivano frutti profumati in segno di gratitudine.

Tutti i contadini del Villaggio sapevano che nel Bosco di Conifere vivevano i folletti: un tempo lontano questi esili ometti arrivarono nel bosco, scavarono i tronchi e vi fecero le loro case. Inizialmente i folletti erano tutti amici, un po' birboni, ma si volevano un gran bene: si aiutavano, condividevano le provviste di frutta e verdura (che raccoglievano furtivamente dagli orti di Ortofrutta), non dicevano bugie e si raccontavano persino le fiabe della buona notte.

Un giorno, forse trasportato da un vento gelido, arrivò il Seme della Discordia: questo seme venne coltivato e nutrito con invidia, gelosia, menzogna, innaffiato con lunghi silenzi. Da allora i folletti non furono più amici e si divisero in tribù. Nel Bosco di Conifere dimoravano tre tribù di folletti: la Tribù dei Chicchi di Mais i cui folletti indossavano un cappuccio giallo, la Tribù dei Pisellini i cui folletti avevano al collo un ciondolo-pisellino e la Tribù dei Chicchi di Melograno che calzava scarpette rosse. Il Seme della Discordia affondò le sue radici, divenne una Grossa Pianta e tra le Tribù fu sempre guerra.

Raimondo Vagabondo che capitò ignaro tra i folletti, ebbe la sorte di assistere a quella che fu la famosa Battaglia della Tribù dei Chicchi, quella che cambiò la storia: pisellini, chicchi di melograno e di mais sfrecciavano nell'aria come proiettili colorati, rapidi come saette. Ruben della Tribù dei Melograni, servendosi di un cucchiaino costruì una catapulta spara-semini. I folletti della Tribù dei Pisellini lanciarono con la fionda pallini verdi, mentre i folletti Melograno cercarono riparo dietro alle cortecce per poter soffiare dalle cerbottane.

Ogni Tribù ebbe i suoi feriti: folletti dagli occhi lividi, folletti con grossi bernoccoli che spuntavano dalla fronte come funghi e persino folletti con le ginocchia sbucciate. I combattenti esausti iniziarono a colpire i loro stessi compagni: Gianni dei Melograno che aveva sempre la testa tra le nuvole, soffiò un chicco rosso sulla fronte di suo fratello Gigio, che si arrabbiò tantissimo. Si scatenò una gran baraonda, la battaglia degenerò: nessuno lanciò più i chicchi, si azzuffarono tutti come gatti, graffiandosi le guance e strappandosi i capelli. I folletti sfiniti, caddero uno addosso all'altro come birilli colpiti da una palla e sprofondarono in un gran sonno. Quando si svegliarono si accorsero di essere malconci, videro il loro bosco rovinato, le provviste decimate.

I Capi delle tre Tribù si riunirono, concludendo che la battaglia era stata una disgrazia per tutti: folletti feriti, affamati e tutti tanto tristi. I folletti si strinsero in un lungo abbraccio e decisero di condividere i chicchi rimasti, organizzando una grande festa: la Festa della Pace. La Tribù dei Pisellini distribuì deliziosi pisellini al burro, la Tribù dei Chicchi di Mais offrì fragranti biscotti di Meliga e la Tribù dei Semi di Melograno preparò uno sciroppo di granatina per il brindisi più dolce della storia.

Raimondo Vagabondo rimase sempre vigile, anche mentre i folletti dormivano, non chiuse nemmeno un occhio per solidarietà; per non dimenticare la lezione prese nota sul suo Diario. Quando Raimondo Vagabondo divenne vecchio fece testamento e decise di lasciare il Diario in eredità ai suoi nipoti, in cambio della promessa di raccontare questa storia a tutti i bambini.

Nadia Scarnecchia (diritti riservati)

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